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Campo della Ghina

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Caratteristiche generali dell'area

Dove si trova: nel Comune di Borgolavezzaro (NO).
Estensione: 1 ettaro.
Anno di avvio del progetto: 1985.
Proprietà: Provincia di Novara, privata.
Tipo di tutela: Piano Regolatore Generale del Comune di Borgolavezzaro;
Oasi di protezione ai sensi della L. R. Piemonte 4 settembre 1996, n. 70.

Come arrivarci:

dalla piazza antistante la chiesa antonelliana dei SS. Bartolomeo e Gaudenzio in Borgolavezzaro si prenda la strada che conduce a Nicorvo; alle ultime case del paese si imbocchi, a sinistra, la strada sterrata e la si segua per circa 400 metri fino a quando si incontra, sul lato sinistro della stessa, la freccia indicatrice ed il ponticello di legno che sovrapassa un cavo irriguo che segnano l’ingresso.


 Il Campo della Ghina nacque, quasi per caso, nel 1985.
L’associazione, che si prefiggeva di operare in più campi, stava muovendo i primi passi e puntava ai primi obiettivi specifici che fino ad allora erano stati solamente ipotizzati.
Occorreva verificare quali fossero le origini di Borgolavezzaro effettuando le necessarie ricerche d’archivio ed avviare i primi, seppur timidi, sondaggi archeologici.
Si iniziò ad occuparsi delle tradizioni, di quella cultura contadina in cui affondano le nostre radici, di conservazione della parlata dialettale, delle immagini sacre ancora presenti (ma in che condizioni!) in alcuni quartieri del paese.
Ci si interrogò sul come intervenire a favore  degli ambienti naturali che da sempre avevano costituito la fisionomia di questi luoghi: i dossi, le paludi, i boschetti, i filari, gli ontaneti, i canneti, i saliceti…..che si andavano perdendo.
Sull’onda dell’entusiasmo ed in seguito a precise segnalazioni del proprietario di quello che diventerà Il Campo della Ghina, presero il via alcuni sondaggi per verificare la reale portata di alcuni ritrovamenti  di frammenti di vasellame di presumibile epoca romana e preromana.
L’esito finale non produsse eclatanti scoperte salvo confermare, col ritrovamento di innumerevoli testimonianze in altrettanti cocci, che nelle immediate vicinanze doveva sorgere, come ipotizzato dallo storico Bruno Radice in “Le Origini di Borgolavezzaro”, il villaggio di Karon o Caronno, insediamento di probabili origini preromane, scomparso intorno alla metà del 1200 con la costruzione del Burgum Lavizarium, il borgo franco che segna la nascita dell’attuale paese.
Gli scavi, abbandonati nella stagione risicola, ben presto si riempirono d’acqua proveniente dalle falde rimpinguate dall’allagamento delle camere di risaia e da un vicino fossatello; altrettanto rapidamente si popolarono di alghe verdi e poi di tife, di rane e girini, di larve di ditiscidi e libellule, di gasteropodi acquatici e tritoni.
Sulle rive comparvero, già al primo anno, Iris gialli, Salcerelle, Giunchi: la vita esplodeva con tutta la sua forza e la sua varietà sotto i nostri occhi.
Fu ben presto chiaro che non avremmo più rinunciato a ciò che, senza alcun nostro particolare merito, stava nascendo sotto ai nostri occhi.

Il Campo della Ghina: cos'é

Le campagne di Borgolavezzaro come un po’ tutte quelle della Bassa Novarese sono sempre più uniformi e livellate: sono stati spianati i dossi, sono stati divelti gli antichi argini, sono state interrate le paludi, sono state rimosse le siepi e tagliati persino alcuni degli ultimi alberi isolati.
Questo è il regno della monocoltura dove il prodotto chimico di sintesi si usa con metodo ed in abbondanza.
Ciò è stato, ed è ancora, utile ai fini produttivi immediati ma  ha segnato e segna l’evoluzione verso la completa scomparsa degli antichi habitat, della vegetazione originaria, dei selvatici abitatori di questi luoghi che solo in ambienti sufficientemente conservati possono trovare cibo, rifugio e siti adatti a costruire nidi e tane; segna l’evoluzione verso un sempre maggior impoverimento della diversità biologica.
La scomparsa di molti ambienti caratteristici di questa pianura come gli ontaneti, i saliceti, i tifeti, i cariceti, i boschi ed i boschetti planiziali insieme agli abitatori di questi luoghi, talora veri e propri indicatori biologici, è il termometro che misura le condizioni di salute dell’ambiente in cui anche noi viviamo.
Questa Isola di natura è stato il primo tentativo intrapreso dall’associazione per porre rimedio, anche se molto parzialmente ed in piccolissima parte, a questo stato di cose. E’ stata la volontà di agire concretamente in favore di quella natura che, così spesso, a parole, molti dicono di amare e di voler difendere.
E’ stata la voglia di trasformare in radici e tronchi, foglie e linfa, acqua e terra, squame e piume un bisogno della mente pressoché irrefrenabile.
L’iniziativa è consistita nel ricreare una serie di piccoli habitat, propri dell’antica Pianura Padana, attraverso la ricerca e l’utilizzo eslusivi delle specie vegetali che le sono caratteristiche.
Su una superficie di circa  10.000 mq. sono così sorti, arredati con la vegetazione autoctona più consona, un laghetto con acque profonde che ospita un isolotto raggiungibile attraverso un ponticello di legno, un’altura che si eleva di qualche metro sul piano circostante, un boschetto allagato ad Ontano nero, un tifeto, un canneto, fossatelli, un brandello di bosco planiziale ed un vivaio.
Il Campo della Ghina, assume oggi, trascorsi ormai più di vent’anni, l’importanza di un piccolo ma esauriente giardino botanico che sa offrire riscontri concreti ai fini del riconoscimento e dello studio di alberi ed arbusti per i visitatori in genere e per le scolaresche impegnate in escursioni di educazione ambientale in particolare; a questo scopo un esemplare per ogni specie è stato classificato con nome italiano, scientifico e, quando conosciuto, con quello dialettale in ossequio alla conservazione della parlata locale.

 Il Campo della Ghina: perché

di Francesco Corbetta

Il dolce paesaggio padano, caratterizzato da grandi e geometrici riquadri delimitati da argini, oggi sempre meno occupati da filari di svettanti pioppi di alto fusto o da tozze e cariate “gabbe”, pur nella sua monotonia, indubbiamente piace.
Può piacere, per la sua razionalità, ad un agronomo.
Può piacere, per lo schematismo delle sue geometrie, ad un esteta.
Può piacere, per la policromia dei suoi colori, ad un artista.
Piace sicuramente a chi vi è nato perché lo ama.
Ma non piace, razionalmente non può piacere, all’ecologo e, quando quest’ultimo vi è nativo, il tormento della contrapposizione tra sentimenti, cuore e ragione, è aspro.
Non può piacere perché, pur essendo indubbiamente l’agricoltura una delle attività umane meno impattanti sull’ambiente (basti pensare all’edilizia, all’industria, ai commerci con la loro fame di vie di trasporto sempre più rapide) ha completamente annullato il poco di naturalità che, fino agli anni ’50, ancora c’era.
Quando chi scrive era fanciullo i dossi, in Lomellina e nel Basso Novarese, erano ancora ben presenti con i loro boschetti di Farnia, i cespuglieti di Ginestra dei carbonai, i pratelli aridi di Corynephorus canescens.
Erano ancora ben presenti i boschi allagati ad “uniscia”, l’Ontano nero, con tutta la loro impronta di mitteleuropeità e di balcanicità, o, in loro mancanza, i cespuglieti a Salicone ed i “canitè” a Cannuccia di palude, appunto, o i tifeti a “sciapatesta”.
Anche nell’ambito dei campi coltivati le risaie stabili erano un autentico serbatoio delle antiche specie palustri e preziosi serbatoi floristici erano pure le sapienti marcite, felice retaggio della pazienza e della saggezza dei monaci benedettini.
Spettacolose le presenze floristiche delle teste e dei cavi di fontanile, con il delicatissimo Crescione, indimenticabile epigone di squisite insalate primaverili.
Anche le aste dei cavi d’irrigazione ospitavano presenze varie ed assai interessanti come i vari Potamogeton  sui quali si crogiolavano al sole le rane o, nei tratti più veloci, il delicato Morso di rana o il più robusto Nannufaro.
Umile, nascosta e negletta sul fondo, vegetava la specie più preziosa, l’arcaica Isoete di Malinverni ed infine, nelle lanche, splendeva perfino la Ninfea bianca.
Anche le rive più nascoste di fossati e “rivòn” potevano ospitare presenze assai interessanti come Pervinche e Coridali senza parlare dei modesti ma preziosi lembi di bosco planiziario con il loro corredo di Anemoni, Scille e Pulmonarie.
Perfino i campi di cereali “asciutti”, prima della feroce aggressione dei diserbanti, ospitavano gli antichi compagni con i quali, 10.000 anni fa era iniziato il loro viaggio, dalla “mezzaluna fertile” a noi: rosolacci, fiordalisi, gittaioni…; nelle stoppie di granoturco, con le prime piogge autunnali, spuntavano le sapide barlande.
Ebbene, di tutto questo, cosa rimane appena varcata la soglia del 2000?
Nulla o quasi.
Ecco allora che veramente provvide e magistrali risultano iniziative, improntate al volontariato più disinteressato, come quella del Campo della Ghina.
In questo contesto si sono poste a dimora le varie specie dell’antico bosco planiziario padano a cominciare dalla Farnia che vi regna sovrana, all’Acero campestre, al Pioppo bianco, al Carpino, all’Olmo, al Ciliegio selvatico, al Biancospino, al Nocciolo, al Prugnolo,……
Sul bordo del laghetto e dei fossatelli sono state messe a dimora le specie più igrofile: soprattutto l’Ontano nero, il Salice bianco, il Salicone, la Frangola e poi, autentica gemma, il Pallon di maggio, qui presente nella sua forma selvatica, fertile. D’inverno i suoi frutti, di un vivido rosso corallo, spiccano a lungo, non appetiti dalla fauna ornitica finchè, vuoi per la fame, vuoi per intervenuti processi microbiologici o enzimatici che ne hanno mutato il sapore, “l’augellin digiuno” ne compie autentiche scorpacciate.
Opportunamente presenti vecchi tronchi, ceppaie, rami e ramaglie appositamente accatastate: le larve di insetti ed altri invertebrati che vi allignano costituiscono utile nutrimento per la fauna insettivora
Vi sono poi le specie erbacee palustri, le “elofite”, e cioè le grosse carici, i giunchi, il Calamo aromatico, la bellissima Salcerella, l’Olmaria, l’Iris giallo e l’Iris siberiano, il Trifoglio fibrino, la Sagittaria e la Calta palustre mentre, nelle acque un poco più profonde, vegetano il Nannufaro, la Ninfea bianca e la Castagna d’acqua.
Innumerevoli le piante erbacee del sottobosco, le “nemorali” tra cui l’Anemone dei boschi e l’Anemone epatica, la Rosa di Natale, l’Aglio ursino, la Pervinca, il Gigaro.
Un angolo umido ed ombreggiato ospita le felci tra cui la Felce florida, la Felce penna di struzzo, la Felce palustre oltre, naturalmente, alle più comuni Felce maschio e Felce femmina.
Un tale momento di diversità vegetazionale è, per la fauna ed in particolar modo per gli uccelli, incentivo ad insediarvisi non solo per nutrirsi ma anche per nidificare: significative a tale proposito sia le nidificazioni dei più comuni Merlo, Capinera, Usignolo, Cardellino, Gallinella d’acqua, Germano reale che dei meno frequenti Picchio rosso maggiore, Gufo comune, Averla piccola, Tarabusino, Cannareccione, …La zona d’acqua, ed in modo particolare il laghetto con le sue acque più profonde, ospita in quantità i pesci che prediligono le acque calde e ferme come carpe, cavedani, tinche, carassi, persici sole; altre piccole aree allagate offrono opportunità di riproduzione al Tritone crestato, alle rane e delle raganelle. Anche le libellule vi depongono le proprie uova da cui sgusciano le voraci, carnivore larve.
Nidi artificiali consentono il ricovero, nella mancanza di analoghe cavità naturali negli alberi non ancora sufficientemente vetusti, a piccoli animali del bosco come la Cinciallegra, la Passera mattugia, il Moscardino.
Insomma, in poco spazio e con pochi mezzi ma con tanta buona volontà, gli attivisti di Burchvif hanno reso il Campo della Ghina un polo didattico e divulgativo la cui fama travalica ormai i confini comunali e provinciali.

http://www.burchvif.it/