Palude sotto il ghiaccio

La superficie dell’acqua è una lastra di ghiaccio. Le anatre selvatiche, a centinaia, se ne stanno raggruppate su quella gelida distesa immerse in un torpore sonnacchioso. Attendono, pazienti, che il calore del sole liberi dalla morsa del ghiaccio almeno una parte della palude. Ma è ancora presto; il sole comincia soltanto adesso a rischiarare il cielo e la sua luce ed il suo calore faticano a farsi strada attraverso l’umida foschia che ristagna sulla pianura.
I soffici pennacchi della cannuccia di palude, sempre pronti a fluttuare assecondando la carezza del vento, giacciono immobili e ingobbiti, imprigionati da una barba di brina.
Il profondo silenzio è interrotto, di tanto in tanto, dal chiocciare della gallinella d’acqua o dal fischio della folaga. Dal canneto cresce, man mano che il giorno avanza, il pigolio di uccelletti nascosti, che si agitano dai loro posatoi facendo frusciare la vegetazione secca. I raggi del sole, basso sull’orizzonte, bucano, adesso, la cortina vaporosa che avvolge le cose e tutto si accende di bagliori e scintille. Ogni stilla ghiacciata, ogni ago di gelo, ogni ricamo di brina accoglie la sua dose di luce e la restituisce trasformata in un piccolo fuoco d’artificio. Dove il sole si posa, la vita sembra risvegliarsi. Soltanto nei lunghi coni d’ombra gettati sulla palude dagli alberi spogli non si avverte il mutamento in atto.
Un martin pescatore attraversa con volo rettilineo la superficie ghiacciata e si posa su un palo infisso nel fondo melmoso. Il sole fa risplendere i colori metallici del suo piumaggio e lo riscalda dopo il freddo patito nella notte. Per lui, tutto quel ghiaccio, significa fame e, per non soccombere, dovrà trovare uno specchio d’acqua libero dove poter pescare.
Un paio di aironi cenerini atterrano goffamente sul ghiaccio, faticando a mantenere l’equilibrio, mentre i migliarini di palude, appesi come acrobati alla cima delle canne, provocano nevicate in miniatura sbriciolando la brina che si distacca e cade al suolo.
La luce del sole fa emergere dall’anonimato le anatre che cominciano a zampettare sul ghiaccio, alla ricerca di acqua libera. La maggior parte sono germani reali, ma ecco che si riconoscono i moriglioni, qualche moretta e persino alcune canapiglie. Dal folto del canneto appare per pochi istanti, con fare furtivo e circospetto, il misterioso porciglione.
Il popolo della palude si è svegliato, si stiracchia e riprende coraggio, rincuorato dall’abbraccio confortante del sole. La coltre di ghiaccio che ha imprigionato l’acqua comincia a cedere. Scricchiola, si frattura, cambia colore. I bianchi arabeschi della galaverna si sono ormai trasformati in ghirlande di minuscole perle d’acqua e, alla fine, i primi tonfi, i primi spruzzi annunciano che la palude si sta liberando.
Il canneto sembra respirare, sotto l’effetto degli ultimi suffumigi che alitano dagli specchi d’acqua che si allargano nel ghiaccio. Si sente di nuovo la vita palpitare quando, leggero come un aliante di carta, compare il falco di palude. Si libra sul canneto, sfiorandone le cime piumose, e quando scivola verso lo spazio aperto un’esplosione d’ali riempie il cielo della palude.
Un brivido percorre la schiena dell’osservatore. Ma non è di freddo, è di emozione. Quel genere di emozione che nasce dall’intimo contatto con la natura.
Autore: Mario Campanini
Illustrazione: Eugenio Bausola