Le Silvidi

Guai al malcapitato che dovesse imbattersi, nel cuore della foresta, con le Silvidi dai capelli d’oro.
“Se mi vedi, sei perduto. Se mi senti, ti perderai…” La loro voce melodiosa intona un canto ipnotico con queste parole, ma sono versi che annunciano una sentenza. Il poveretto che avesse la sfortuna di udirli sarebbe condannato a vagare per la foresta fino alla fine dei suoi giorni, ammaliato da quelle voci che paiono sempre vicine, ma che non raggiungerà mai.
Se poi qualcuno avesse la malasorte di capitare nel luogo del loro raduno, nel giorno in cui, per poche ore, si rendono visibili agli umani, beh… non avrebbe scampo: istantaneamente sarebbe trasformato in un albero.
Le Silvidi dai capelli d’oro sono gli esseri deputati a prendersi cura delle foreste, ma per ordine della Legge Superiore devono svolgere questo loro compito nel più assoluto segreto. Ecco perché a nessuno è concesso di vederle o di ascoltare la loro voce.
Bartolo, il boscaiolo, conosceva bene l’enorme potere delle Silvidi. Le temeva e le rispettava e con loro rispettava la foresta, prelevando solo il legname necessario per sé e per la sua comunità, privilegiando il taglio degli alberi già malati, scegliendo il corretto periodo dell’anno per abbatterli e curando la ricrescita delle pianticelle appartenenti alle medesime specie che aveva tagliato.
Bartolo portava un sacro rispetto anche per i patriarchi centenari della foresta. Quegli alberi, per lui, erano dei totem e non si sarebbe mai sognato di abbatterne uno.
Un anno, l’inverno si annunciò precocemente con una gelata notturna che morse l’intera foresta. Bartolo, la mattina successiva, attese che il sole sciogliesse la brina che arabescava le foglie secche e si mosse, con tutti i suoi attrezzi di lavoro, verso l’interno del bosco. Camminò un’ora buona, con passo sicuro, dirigendosi verso una quercia che già aveva individuato durante l’estate. L’albero era alto e diritto, ma aveva perso un grosso ramo laterale, spezzato dalla caduta di un tronco vicino che si era schiantato al suolo. La mutilazione aveva aperto nel legno una grossa cavità e Bartolo sapeva per esperienza che attraverso quella ferita funghi e insetti avrebbero avuto buon gioco ad infettare tutta la pianta. Quando raggiunse la quercia, il boscaiolo esaminò tutta la porzione di bosco intorno al tronco per stabilire quale fosse la linea di caduta che avrebbe procurato meno danno, valutando, infine, l’inclinazione dell’albero da abbattere. Si mise all’opera con buona lena. Lavorò d’ascia, di sega e ancora d’ascia. Sudava abbondantemente ed il sole era ormai nel suo punto più alto quando l’albero fremette. Bartolo si scansò, aspettando lo schianto. E fu in quel momento che accadde l’imponderabile.
La chioma si mosse nella direzione voluta dal boscaiolo, ma mentre si inclinava sempre di più… un lamento… un urlo… quasi… umano(!) scaturì dal tronco cadente.
Durante tutto l’arco della sua caduta quel legno gemette come fosse una persona ferita a morte. Finalmente la quercia giacque immobile al suolo e nella foresta tornò il silenzio. Ma ecco che dal tronco reciso cominciò a sgorgare una linfa rossa. Rossa come il sangue. Colava lentamente a terra, raccogliendosi in una pozza che si allargava in mezzo al muschio. Bartolo non seppe mai per quanto tempo andò avanti quel prodigio, perché fuggì in preda ad un terrore folle. Lasciò sul posto tutti i suoi attrezzi e non tornò mai a riprenderli. Anzi, da quel giorno, smise di fare il boscaiolo e non diede spiegazione a nessuno.
Di quel fatto cancellò ogni ricordo, salvo alcune parole di un canto che, di tanto in tanto, riaffiorano nella sua mente: “Se mi vedi, sei perduto. Se mi senti, ti perderai…”.
Autore: Mario Campanini
Illustrazione: Eugenio Bausola