La tartaruga e la spiaggia

L’onda carezzava la spiaggia deserta ed il sussurro della brezza accompagnava sulla marina l’eco dei profumi della macchia. Una luna grande, tonda, rischiarava la baia e tagliava il mare con una lama d’argento.
La tartaruga fluttuava tra le onde tiepide, pagaiando lentamente, ma con decisione, con le sue lunghe zampe appiattite come remi. I delicati vortici creati dal suo nuotare agitavano i minuscoli organismi del plancton, che protestavano emanando sottili bagliori fosforescenti.
Sapeva per istinto, la tartaruga, che quella era la sua notte e puntava diritto e senza esitazione verso la battigia.
Negli ultimi tempi il suo corpo si era appesantito, tutte quelle uova che erano cresciute nel suo ventre erano un bel fardello da portare. Anche per un animale marino, agevolato dal sostegno dell’acqua.
Sentì la sabbia sotto di sé e non ebbe il tempo di dare l’ultima vigorosa pagaiata che la sua corazza si piantò nella rena. Con gran fatica sollevò la parte anteriore del suo corpo e si spinse in avanti. E poi un’altra spinta e poi ancora e ancora. Si fermò, già esausta, fuori dall’acqua. Ingoiò aria ed i suoi occhi cominciarono a lacrimare copiosamente per liberarsi della sabbia che le ricopriva il muso.
Sarebbe stata una lunga notte di fatica, ma ne sarebbe valsa la pena. Quella notte lei avrebbe fatto tutto quanto le era possibile per dare continuità alla propria specie, obbedendo alla sacra legge scritta nei suoi geni.
Avanzò di nuovo e continuò così per parecchio tempo, alternando le spinte in avanti con brevi periodi di riposo. Quando giunse al limite superiore della spiaggia, non lontano dai primi ciuffi di eringio, sistemò meglio la posizione del corpo e, benché si sentisse sfinita, cominciò a scavare nella sabbia con le zampe posteriori.
Quando la buca raggiunse una certa profondità, l’umidità della sabbia le segnalò che poteva bastare. Nel frattempo la luna aveva già percorso un bel tratto del suo arco celeste.
Cominciò a deporre le uova. Sporgendo la parte posteriore del corpo oltre l’orlo della buca, lasciava cadere grappoli di uova dal guscio elastico. Contemporaneamente ingoiava aria con affanno, in evidente debito di energie, ma non si fermò fintantoché l’ultimo uovo non cadde sul fondo.
Fece una lunga pausa e poi, lentamente e con precisione, le ricoprì con la stessa sabbia, compattandola con cura.
Quasi allo stremo delle forze sollevò il capo. Il riflesso della luna sulla superficie del mare le indicò la via e così, stancamente, trascinò il suo corpo corazzato fino all’acqua, scomparendo nell’abbraccio del suo liquido mondo.
Non avrebbe mai conosciuto i suoi figli. Mai nulla avrebbe saputo della loro sorte. Come se, per una volta, la natura avesse inteso ricompensare in modo diverso le fatiche di una madre, risparmiandole la sofferenza di piangere un figlio perduto.
Autore: Mario Campanini
Illustrazione: Eugenio Bausola