Il viaggio della cicogna
Le correnti termiche le avevano portate in alto. Molto in alto. Il sole del Marocco, anche in febbraio, già riscaldava la terra arida e l’aria calda saliva verso il cielo formando invisibili colonne.
Le venticinque cicogne possedevano i sensi per sentire e governare quel potente flusso ascensionale e lo avevano sfruttato per prendere decisamente quota. Da quel trampolino si sarebbero lanciate in una lunga planata per attraversare il mare e raggiungere quella costa che si vedeva distintamente davanti a loro.
Non erano sole; altre cicogne si vedevano roteare in spirale, sollevate dalle correnti ascensionali. Come ogni anno l’istinto migratorio le riportava nei siti di riproduzione e lo stretto di Gibilterra si popolava di migliaia di cicogne che transitavano dall’Africa all’Europa.
Le prime avanguardie erano costituite quasi totalmente da maschi, determinati a raggiungere al più presto i vecchi nidi per riappropriarsene e, possibilmente, rinsaldare il legame di coppia con la stessa femmina dell’anno precedente, quando sarebbe arrivata.
Nel gruppo dei venticinque, uno era diretto verso le nostre contrade. Insieme ai compagni di viaggio avrebbe attraversato tutta la Spagna, facendo sosta nei campi coltivati, dove il lavoro dei trattori stanava succulente prede per i loro becchi. Oppure nei vasti pascoli, dove il movimento del bestiame allo stato brado e delle greggi in transumanza favoriva la cattura di miriadi di insetti, rettili e piccoli roditori.
La rotta migratoria l’avrebbe poi portato sulla Francia meridionale. Da lì, sorvolando gole profonde, dolci colline, prati, coltivi e stagni costieri, avrebbe raggiunto l’arco alpino.
A quel punto si sarebbe separato dalle altre cicogne, superando le montagne e puntando sulla pianura piemontese. Se nessun incidente di viaggio l’avesse ostacolato, a marzo sarebbe giunto al nido, dopo aver volato su un mare di colline e su una piatta pianura intensamente coltivata, che pareva prostrata in sottomessa adorazione di quella cortina di superbe montagne ammantate di neve. Una di esse in particolare, la più alta ed imponente, sarebbe stata il faro che l’avrebbe guidato nell’ultimo tratto del suo viaggio, tra risaie già preparate per ricevere l’acqua e colline vestite di boschi e vigneti ancora spogli.
Col Monte Rosa lì, a vigilare su quella terra accucciata ai suoi piedi, si sarebbe finalmente sentito a casa. Avrebbe ritrovato il nido ancora saldo tra le braccia del Cristo sul vertice della facciata della chiesa, con i rintocchi del campanile a scandire il tempo e le mura dell’antico Castello a testimoniare la possibilità di resistere ai suoi assalti.
I primi giorni l’avrebbero visto impegnato a consolidare la grande struttura fatta di rami e frasche, nell’attesa dell’arrivo della compagna. Poi lei sarebbe arrivata, si sarebbero salutati a lungo battendo i becchi e lisciandosi il piumaggio ed avrebbero eseguito ancestrali riti di corteggiamento, volteggiando in coppia sopra i tetti rossi del piccolo borgo addossato alla collina.
Sarebbe cominciata, così, una nuova stagione riproduttiva, in cui ciascuno dei due avrebbe speso ogni energia disponibile per allevare la prole e dare continuità alla specie.
Autore: Mario Campanini
Illustrazione: Eugenio Bausola