Lupi in caccia

Maschio Alfa trottava deciso in testa alla fila, guidando il piccolo branco sul sentiero di caccia. Lo sguardo vigile, le orecchie erette, le lingue penzoloni. Il freddo della sera condensava i loro aliti: erano in tre, in tutto. Oltre al capobranco, c’era un giovane maschio subordinato ed una femmina adulta.
Lupi. Un piccolo branco di lupi.
Il terreno era coperto da un sottile strato di neve, caduta la notte precedente. Non era la prima: quell’anno l’inverno si era annunciato precocemente.
La luce stava calando con rapidità ed il bosco appariva già cupo e misterioso. Nessun problema per Maschio Alfa. Conosceva a memoria quella pista ed i suoi sensi acutissimi lo guidavano senza esitazione. I lupi aggirarono una radura seguendo il limitare degli alberi. Evitavano sempre, se potevano, di avventurarsi negli spazi aperti. Un’atavica prudenza governava ogni loro mossa.
Seguirono il dolce pendio che portava al ruscello e lo attraversarono risalendo il bosco fino al Sasso del Fulmine, un grande masso erratico portato lì nel corso di una delle ultime glaciazioni.
Quello era il posto da dove i lupi erano soliti lanciare i loro ululati, affermando il loro diritto su quel territorio e rafforzando i legami del branco. Ma quella non era notte da rituali di gruppo. Quella era notte di caccia.
E così sostarono a ridosso del Sasso del Fulmine solo il tempo necessario per lasciarvi la loro impronta odorosa, marcando con l’urina la roccia levigata, e scambiarsi reciproche leccate di muso.
Maschio Alfa ripartì al trotto e gli altri lo seguirono. La pista scendeva verso un vallone angusto, caratterizzato da un versante sempre umido per la presenza di piccole sorgenti e stillicidio d’acqua. Le sue strette cenge muscose, in primavera, si ricoprivano di epatiche.
Superato il vallone, il terzetto si fermò. Maschio Alfa muoveva impercettibilmente le orecchie mobilissime, mentre sul muso, puntato leggermente verso l’alto, le narici frementi valutavano ogni alito di vento.
Il silenzio era profondo, tanto che il bosco intero pareva in attesa di un evento.
Il capobranco si rimise in movimento, puntando a valle. L’obiettivo era la conca del fango, una sorta di impluvium nel bosco sottostante dove si raccoglieva l’acqua piovana, formando una piccola palude melmosa molto gradita ai cinghiali. Già alcuni mesi addietro la battuta di caccia alla conca aveva fruttato un buon pasto a base di carne suina e Maschio Alfa aveva deciso di ritentare la sorte in quella notte di fine autunno.
I tre predatori si arrestarono sul crinale a monte della palude. I loro sensi confermarono la presenza dei cinghiali nella conca. Si spostarono di un centinaio di metri, per mettersi bene sotto vento, poi il branco si aprì, puntando con decisione sulle prede. Maschio Alfa proseguì lungo la traiettoria più breve mentre gli altri due effettuarono due rapidi aggiramenti, per convergere sulla pozza lateralmente.
Il verro era accovacciato ai margini della conca e si grattava vigorosamente le terga contro una grossa radice emergente dal suolo. Repentinamente scattò in piedi, il muso sollevato e la criniera dorsale eretta. Non passò un secondo e partì a tutta velocità lanciando un grugnito d’allarme. Gli altri cinghiali fecero lo stesso, ma i lupi gli erano addosso. Maschio Alfa puntò su un esemplare di taglia media e lo atterrò azzannandolo ad una zampa posteriore. Mentre il cinghiale si dibatteva, lanciando grida acute, gli altri lupi si avventarono su di lui mordendolo al collo ed alla colonna vertebrale. Ormai era chiaro che la povera bestia non aveva scampo ed i suoi lamenti divennero ben presto dei rantoli: la femmina di lupo aveva stretto le mascelle sulla sua gola.
Il tutto si era svolto nel volgere di pochi minuti ed il silenzio stava già riaffermando il proprio dominio. Solo in lontananza, più in basso, si potevano ancora udire gli echi di una corsa affannosa.
La notte era solo agli inizi, ma l’Alta Corte della Natura aveva già espresso il primo verdetto.
Autore: Mario Campanini
Illustrazione: Eugenio Bausola